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CANDORI IN CONTRASTO
NASSIRIYAH E LA POESIA
Sfoglio le pagine candide di questo libro, trovo
poesia.
Le righe sono brevi come
haiku, parole che cadono come gocce di pioggia, una a una, rompendo il
silenzio tra le foglie. Il rumore è sottile come passi nella neve e
della neve ha anche lo sfolgorio, ghiaccio che riverbera nel sole in
scintillii sgocciolanti.
A Nassiriyah non c’è la
neve, Mauroff, pseudonimo di un uomo sassarese che vive tra La Maddalena
e Roma, ci parla del vento, un vento che modifica gli equilibri
dell’aria, che sbilancia il tempo.
Mauroff racconta la polvere,
fatta di terra che si spacca, sabbia che è grumo del tempo, polvere che
appanna gli occhi e nasconde miraggi lontani.
Luminosità,
il titolo di questa raccolta. Stracci di pensiero, cuciti con il filo
delle comprensioni improvvise e il paesaggio che spiega se stesso nei
bagliori di una natura millenaria sconvolta.
Tra le pagine emergono
immagini e parole, riquadri di testi dove l’autore parla in prima
persona. Il foglio si interseca in spazi di lettura che si intrecciano.
Mauroff è poeta, pittore. A
Nassiriyah è stato farmacista e io immagino un camice bianco tra il
deserto di rovine che noi stessi abbiamo creato. Una bandiera bianca
nelle desolazioni del nostro tempo.
In questo luogo di confine e
confini, l’uomo lotta nel vento, un vento che combatte contro le
costruzioni, un vento che porta missive di colombe che forse
ritorneranno. L’uomo rimane militante di speranze, cavalca
l’aspettativa, respira le brezze, sospira i desideri.
Guardo le immagini disegnate
dalle parole, vedo frutti maturi su alberi solitari, vedo distese
d’acqua potente di un impeto bloccato. Vedo un universo congelato,
incantesimo in cui questo mondo rimane sospeso, verso un tempo che deve
ancora venire per rialzare sedie, alberi, case, vite.
Ma i germogli, i fiori
testardi riemergono di nuovo dalla terra dura, spuntano tra la terra
indomiti.
E forse un uomo che si
sveglia col mare, che conosce gli abissi e sa la speranza della
bonaccia, è l’uomo giusto per guardare le sirene e scrivere i sensi di
una notte di tempesta.
Io credo che ci sia un senso
della poesia nella guerra. Perché poesia non è scioglilingua di rime.
Poesia è cercare questa luce che compare tra le ombre, riuscire a
vederla. Ritagliare i profili di sole nel silenzio delle notti oscure e
metterli in una musica che sparisce sottile dalla stampa fin dentro le
coscienze.
Poesia è creare campi di
neve tra i deserti e allora penso che sì, proprio di questo aveva
bisogno la guerra.
Perché, come leggo da queste
pagine, tra il sognare e il vivere la distanza è sottile.
Maddalena De
Bernardi
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